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La mia bellezza collaterale

  • nadianunzi
  • 25 lug
  • Tempo di lettura: 5 min
Claudia Salvadeo allo specchio

Ho imparato a farmi da parte per non scontentare gli altri all’età di soli due anni e mezzo. Era da poco nato mio fratello e i miei genitori mi avevano affidato alla nonna materna, chissà per quale motivo. Forse perché ero poco importante o perché non c’era abbastanza posto per tutti nella famiglia. Questo avevo pensato con la mia percezione di bambina anche se ancora non sapevo che sarei finita per essere un problema anche per mia nonna.

 

Erano gli anni ’60 e nonna Dina aveva avuto la forza di separarsi da un uomo violento in un periodo storico in cui molte altre donne soccombevano medesime situazioni in silenzio e aveva cresciuto da sola ben quattro figli. Era di certo una donna forte ma anche stanca nel doversi occupare di una bambina estroversa e dinamica come lo ero io che mi appendevo alle tende, correvo nei prati e facevo la pipì all’aperto a ridosso dei cespugli di ortiche. Ero dinamica, amavo essere al centro dell’attenzione e sognavo un giorno di esibirmi come ballerina davanti a un grande pubblico.

Ma tutto questo appesantiva la vita di mia nonna e la mia esuberanza corrispondeva alla sua esasperazione, tant’è che a un certo punto per contenermi aveva escogitato un piano.

 

Quando non sopportava la mia vivacità arrivava da me e mi diceva:

“Ricordati che ogni volta che ti comporti male il Papa piange” e poi mi mostrava la foto plastificata del pontefice con delle lacrime che creava lei di proposito. O nei casi più estremi facendomi trovare bagnato il muro della camera o il cuscino.

 

Con quello stratagemma psicologico alquanto impattante era riuscita a suggestionarmi sin tanto da moderare il mio temperamento ma mi aveva anche donato un’associazione di idee che mi avrebbe poi molto condizionata. Avevo infatti maturato la convinzione che nell’essere libera, spontanea, felice qualcun altro ne avrebbe sofferto oltre che la mia presenza fosse scomoda.  Così quando all’età di sei anni i miei genitori mi riaccolsero in casa avevo già indosso una pesante maschera che copriva la mia spontaneità.

 

Anche se mi aveva ripresa con sé, mia madre era depressa, sempre di pessimo umore e non mancava mai di ripetermi delle parole che rafforzavano quelle usate da mia nonna.

 

“Per te ho rinunciato a tutto!” mi diceva imperante e la sua frase era la conferma di non essere gradita e di non poter esprimere la mia natura.

 

Del resto come potevo divertirmi ed essere spensierata se chi mi aveva messo al mondo non poteva esserlo a causa mia?

 

Così a ogni occasione mi limitavo, evitando di andare alle feste, in vacanza o in giro con le amiche pur di non scontentarla o per evitare di lasciarla da sola come mi chiedeva. Mi facevo da parte, ingrigendo anche quel tempo adolescenziale che per le mie compagne era invece il periodo della leggerezza. Ma il peggio doveva ancora arrivare e bussò alla mia porta all’età di soli 31 anni con una diagnosi inaspettata e spiazzante di cancro al seno.

 

Una mattina mi ero svegliata con la maglietta del pigiama bagnata e, a seguito di un controllo medico e successivi esami, era giunto il responso come uno schiaffo improvviso in pieno volto, atterrandomi. E lasciandomi con una domanda roboante nella mente “Perché proprio a me?” unita a un grande senso di ingiustizia.

 


Avevo messo in pausa la mia vita per tanto tempo per assecondare il malessere di mia madre, poi ero andata avanti, avevo creato il mio porto sicuro con mio marito e le mie due figlie. Perché dovevo affrontare anche quel grande dolore?

Mi sentivo tradita dal mio corpo, sfortunata e terrorizzata più che mai. Con l’unico desiderio di salvarmi.

 

Mi sottoposi a un intervento chirurgico di quadrantectomia per l’asportazione della parte colpita e iniziai a occuparmi in maniera intensiva all’alcalinizzazione del mio corpo, con alimentazione mirata, integratori di melatonina e praticando tanta attività fisica in palestra.

 

Tre anni dopo, quando il peggio sembrava passato e la mia vita aveva ripreso il via, il secondo schiaffo! Una nuova diagnosi con lo stesso responso. Di nuovo al seno sinistro, nel medesimo punto. Ma provai una sensazione diversa rispetto alla prima volta. Non mi sentivo vittima delle circostanze e tantomeno pensavo si trattasse di sfortuna.

 

Claudia Salvadeo
Claudia Salvadeo

Sentivo che ci fosse qualcosa di più profondo, come se il corpo volesse comunicarmi un messaggio importante. Così nelle infinite notti insonni, mentre attendevo che si liberasse un posto per sottopormi al secondo intervento, iniziai a navigare online in cerca di risposte.

 

Fu allora che trovai la storia di una sopravvissuta al cancro che teneva formazioni di psicosomatica e prenotai un consulto individuale. Se ce l’aveva fatta lei c’era speranza anche per me, non volevo arrendermi, volevo almeno ascoltare il suo parere e la sua esperienza.

 

Da quell’incontro ricordo che ne uscii disorientata perché la mia mente razionale e i miei studi scientifici mi portavano a dubitare ma si accese in me anche una possibilità e arrivarono nuove consapevolezze.

Nelle parole che mi erano state dette e in quelle che in seguito avevo poi ritrovato anche in testi di altri professionisti, c’era un senso profondo a cui non potevo restare indifferente. Il seno sinistro per la psicosomatica rappresenta il nido familiare, l’accudimento e la madre. E la malattia parla di un profondo senso di colpa.

 

Anche se non ero cosciente, il grande dolore dato dalle parole di disappunto che mia madre mi aveva ripetuto giorno dopo giorno, unite al gesto estremo che era arrivata a compiere rinunciando alla sua vita, quando avevo appena 22 anni, si era condensato dentro di me. La malattia era l’urlo disperato del mio corpo che mi invitava a elaborare quella rabbia repressa, quella sofferenza e quel lutto come non mi ero ancora concessa.

 

Per quanto possa sembrare assurdo ne ebbi la convalida un’ennesima volta quando il cancro tornò tenace, nel medesimo punto, lasciando increduli anche i medici. Mancavano pochi mesi al mio quarantottesimo compleanno, la data esatta corrispondente alla morte di mia madre.

 

Lei aveva deciso di rinunciare alla vita perché era infelice e nella mia mente la sua decisione era dipesa anche dalla mia nascita.

 

Se io ero stata la causa del suo dolore fino a portarla a compiere quel gesto estremo come potevo io permettermi di celebrare la vita, realizzarmi, avere successo?

 

A livello profondo era questa la domanda che si faceva strada dentro di me e che sabotava la mia felicità. E averne preso coscienza è stato ciò che mi ha permesso di dare un senso alla malattia e non vederla più come una sfortuna ma come una grande opportunità. Quella di concedermi di piangere tutte le lacrime soffocate e soprattutto di lasciar andare quel macigno del senso di colpa che non mi permetteva di vivere a pieno la mia vita.

 

Claudia Salvadeo
Claudia Salvadeo

Oggi a 51 anni e dopo l’ennesima sfida continuo a tenere fede a una promessa che mi sono fatta proprio venti anni fa, dopo la doccia gelata della prima diagnosi. Mi ero detta che se mi fossi salvata avrei investito i miei soldi in continua formazione di crescita personale e così ho fatto, arrivando a danzare con le parole davanti a un grande pubblico, aiutando tante altre persone a comprendere cosa si celi dietro i loro sintomi. Perché come scrivo anche nel mio libro “Bellezza collaterale”, c’è una bellezza dietro ogni esperienza anche la più dolorosa.

 

Sta a noi darci la possibilità di scoprirla, assumendoci la responsabilità di andare oltre, di ampliare lo sguardo anche per distinguere ciò che ci riguarda e ciò che invece abbiamo assorbito dagli altri. Riconoscendo che ognuno ha il suo cammino da compiere e concedendoci il diritto alla felicità. 

Storia vera di Claudia Salvadeo pubblicata sulla rivista Confidenze n°30 Luglio 2025

 


 
 
 

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