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  • Nadia Nunzi

Il mio volo


Vivevo con la percezione continua del dover resistere.

Quella frase che mia madre mi ripeteva, e ancor prima mia nonna, mi risuonava in testa come una condanna e non mi permetteva di essere lucida.

«Prima le cose rotte si aggiustavano, non si buttavano…», dicevano entrambe e chissà quante volte avevano ingabbiato lo strazio dell’umiliazione pur di andare avanti.

Le botte in casa mia non le avevo mai viste ma dalla camera spesso le urla mi arrivavano.

Io mi tappavo le orecchie e mi rifugiavo sotto le coperte e cercavo un sogno dove sistemarmi.

Crescendo ho continuato a fare così.

Ho sposato un ragazzo, gentile solo sulla carta, quella dove chi non lo conosceva lo reputava un grande uomo. E per anni ho sopportato le ingiustizie senza dire granché.

Ripetendomi che dovevo aggiustare, aggiustare sempre.

Ma da aggiustare non c’era proprio nulla.

C’era solo da prendere coscienza che quella frase era un’idiozia perché non si trattava di problemi di poco conto, di litigi adolescenziali superabili, di giocattoli, di oggetti.

Si trattava di un’intera vita, fatta di soprusi e vessazioni ingiustificabili e irrimediabili.

Si trattava della mia di vita e di quella di mia figlia, alla quale non racconterò mai quella storia antica e fuorviante.

Un giorno, ho guardato fuori dalla finestra. Lui se n’era andato da poco, dopo avermi dato dell’incapace per l’ennesima volta. L’avevo sentito sputare dentro al lavandino, pisciare e poi sbattere la porta di casa. Non aveva nemmeno tirato lo scarico, figuriamoci! Un passerotto infreddolito si era posato sul davanzale e mi fissava. Probabilmente non vedeva nulla di me ma appena è volato via, qualcosa si è mosso nel mio cuore, o nella mia testa, non lo so.

So che da quel momento non ho sopportato più nulla. Ho ricominciato da lì, da quel volo estraneo che anch’io dovevo fare. Perché avevo aspettato pure troppo a lungo.

Non è stato facile e ancora oggi da risolvere ho parecchie cose, ma l’aria che mi entra nei polmoni è nuova e respirare non mi fa più male.

Se penso a mia madre e a mia nonna provo un’infinita tristezza. Per le ali che non hanno mai spiegato. Poi penso a Lidia, mia figlia e il cuore si riscalda, perché almeno lei ha capito che non deve farsi sottomettere mai da nessuno. Sandy.

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