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  • Nadia Nunzi

L'amore quando cambia forma


Ho conosciuto l’amore a ventidue anni. Per caso. Inaspettatamente. A casa di amici.Non ho notato lui in particolare, in mezzo a tanta gente in una notte di festa. Il suo quaderno sì.

È quello che mi ha aperto il mondo. Grafia minuscola e ordinata come un disegno, un destino. Appunti, pensieri. Una sorta di diario mentale. Uguale al mio, ma più chiaro, più alto.

Una persona emerse. Una come me, ma migliore.

Di chi era quel quaderno l’ho capito da un paio di occhi che mi fissavano preoccupati.Lui. Era lui. Sarebbe stato lui per vent’anni. Diciotto anni di magia. Incanto. La felicità assoluta, identica. Condivisa. Indescrivibile. Inimmaginabile eppure vera.

Ogni singolo attimo, ogni singolo giorno, ogni singolo mese, ogni singolo anno.Poi lentamente, impercettibilmente (perché si cambia, ma non ce ne si accorge subito), la trasformazione del sentimento. Per entrambi, all’unisono. Ci siamo ritrovati fratelli, non più amanti.

Ci abbiamo messo due anni, più o meno, a capirlo. Io di più. Io l’ho capito dopo averlo lasciato.

Per meglio dire, l’avevo già capito, ma non volevo saperlo.

L’ho lasciato per diciassette messaggi in fila sul suo cellulare. Un dialogo con una donna della quale non sapevo nulla. Lontana nello spazio e nel tempo, ritrovata per caso dopo tanti anni.Un dialogo che tra noi non c’era più.

Me ne sono andata. Quel che ho capito subito è che era tutto finito.Irrecuperabile.L’eternità era finita per sempre. Di eternità ce n’è una sola. Finita quella, tutto ha un termine.

Ho pensato di morire per il dolore. Un lutto insuperabile mi ha portata sull’orlo della disperazione.

Ho cercato un’amica che, sapevo, andava da una psicoterapeuta.

Le ho detto testualmente: ho bisogno di una corda. Sto precipitando dentro a un pozzo.

Ho avuto fortuna. Era brava.

Non sono state necessarie tante sedute. Ho capito, con lei, che anche il mio sentimento nei confronti del mio compagno era cambiato.

Poi, lentamente, ma non troppo, è venuto naturale per entrambi vivere pienamente. Separati.

A undici anni dalla nostra separazione il nostro rapporto è bellissimo.

Condividiamo tante cose come fratelli. L’amore è uguale, ma differente.

Lui ed io abbiamo avuto delle storie. Lui ha una compagna da nove anni. Io ho avuto tre storie molto piacevoli.

Lui e la sua compagna sono la mia famiglia elettiva. Ci vogliamo bene. Ci sosteniamo a vicenda e godiamo di tanto profondo affetto.

La vita è sorprendente. La prima a essere sorpresa sono io.

Forse è l’amore che chiama amore, non so, ma una cosa è certa: il rancore non porta a nulla di costruttivo. Né per sé, né per gli altri.

Si comincia con l’amare se stessi. Attraverso questo e solo con questo si amano gli altri.

Il percorso inverso non esiste. S.

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