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  • Nadia Nunzi

Riscoprendo Me


Ragazza che danza con i veli

La mia pancia piatta e nuda è riflessa nel grande specchio a parete, accanto a molte altre.

Alcune sono morbide, altre meno, ma ognuna nasconde un segreto, lì in quel centro, dove tutto ha inizio.


La osservo solo un attimo, poi mi guardo in volto e scopro che lo sguardo è spento e il sorriso fa fatica a restare.


In testa mi risuona ancora la sua voce umiliante e forse non ho del tutto smaltito il senso di colpa che per anni mi ha regalato.


«A che ti serve far vedere la pancia agli altri?», mi diceva.

«Mi piace, perché dovrei coprirla?», rispondevo. Poi però andavo a nasconderla.


Mi ha conosciuta libera. Con indosso una minigonna di jeans, una maglietta corta e l’aria sbarazzina di chi ama la vita, il sole, il mare. E ridere.

Solo pochi mesi ed è riuscito a togliermi tutto questo, soprattutto il sorriso. Ma ora so perché gliel’ho permesso.

Ero insicura e piena di convinzioni.

Non mi piacevo, mi sentivo inferiore e la sua bellezza rivolta a me - non a un’altra - mi ha disorientata e agganciata.


«Stai attenta Na’, alcuni uomini nascono prestigiatori», mi diceva qualcuno, ma io non lo ascoltavo.


Pensavo a lui come a un mago in possesso di una chiave segreta in grado di aprire una porta che avrebbe finalmente sanato le ferite del passato.

La chiave di tutte le certezze: dell’amore, della famiglia, dell’unione.

In realtà era una chiave contraffatta e apparteneva a una gabbia.

In poco tempo ero diventata come una preda addomesticata che si muoveva a svalutazioni e intimidazioni.

Quando ho ripreso in mano le redini della mia vita, scoprirmi è stato un gesto naturale.


Avevo bisogno di tornare a me, al mio corpo. Nei colori che lui, uno dopo l’altro, aveva spento e di sostituire il mantello scuro che mi occultava tra la folla, con veli d’organza e seta.


Avevo bisogno di far pace con la mia anima anche attraverso il corpo magro e iscrivermi a un corso di danza orientale è stato il primo passo.


La danza è stata, insieme alla scrittura, un'ottima terapia.


L’idea di ripartire da me, da uno dei tanti divieti mi ha fatta sentire bene. Mi ha ridato forza e fiducia.


Così sono entrata nella scuola, timida e impaurita, come una bambina che mette piede per la prima volta in classe e non sa cosa l’aspetta, che si volta a guardare se sua madre c’è ancora o se l’ha abbandonata.


Ero impaurita, confusa, vulnerabile. Ma anche disposta ad affrontare le mie paure e a riprendermi tutto.


Così, giorno dopo giorno, vado oltre i miei timori.


Entro nella scuola, mi cambio nello spogliatoio e mi mescolo al chiacchiericcio delle altre ragazze.

Non è semplice, perché ogni parola mi sembra fuori posto, stonata, superficiale. Ma resisto e proseguo, perché so che anche la cosa più banale è fondamentale per ricondurmi alla vita. A gesti quotidiani dimenticati.


«Ciao, anche per te è il primo giorno?»

«Si… Ho bisogno di lasciare andare ciò che c'è là fuori. O che non c'è».


La ragazza con cui parlo, mi risponde a toni bassi e, mentre lo fa, dirige la testa al pavimento e mi ricorda che anch’io sono abituata a fare così.


Le sorrido, è giovane e bella ma ha lo sguardo arreso e cicatrici invisibili lungo tutto il corpo. Riesco a scorgerle e anche se non lo dice, so che, come me, ha parecchio da ricostruire.


Facciamo un po’ di esercizi per distendere i muscoli, poi la lezione ha inizio e questo è ciò che conta.

Dei problemi che sono fuori c’è il divieto assoluto di parlare.

Qui è doveroso danzare, non solo con il corpo, ma anche e soprattutto con la mente.

Ragazza che danza in riva al lago

La musica inizia. Guardare la mia immagine riflessa mi mette a disagio.

Devo riappropriarmene gradualmente ma anche forzarmi un po’.


Chiudo gli occhi, li riapro, faccio un respiro profondo, poi mi lascio trasportare dalle note orientali che vibrano ad alto volume come un sincero inno alla vita.


Affido a quei ritmi arabi poco conosciuti, eppure magicamente familiari, il compito di catapultarmi in una nuova dimensione.


Faccio in modo che occupino il posto delle urla e dei pugni sulle porte e che mi facciano accantonare ciò che ho vissuto.

Sono note gioiose quelle che suonano, propiziatorie, di condivisione e rinascita.


L’insegnante muove abile e sinuosa il corpo imitando le forme della natura: le onde del mare, le fasi lunari, il serpente… e noi tutte la seguiamo attente e affascinate.


Io mi sento goffa, legnosa e ci metterò mesi per sciogliermi e lasciarmi andare, ma il viaggio è già iniziato. Un viaggio meraviglioso che mi fa riscoprire mete ed emozioni dimenticate.

La danza mi ridà tutto. Mi fa sentire bella e soprattutto viva. Di nuovo viva.


Mi accompagna in un percorso di resurrezione con delicatezza ma anche imponendomi delle regole e mi guida dentro e fuori di me.


Seguo le lezioni con interesse, e le ombre che mi pedinano quando sono fuori e mi vengono a far compagnia di notte, pian piano svaniscono. O meglio si trasformano e diventano splendore e luce.


Lui non avrebbe mai approvato che facessi parte di un gruppo, che mi esponessi, che mi esibissi, che mi divertissi.


Non mi avrebbe mai permesso di salire su un palco per eseguire una coreografia davanti a un pubblico.


E io ci salgo, vado fino in fondo e affronto ogni paura. Ci salgo e danzo, a volte tremo, ma proseguo e continuo a farlo tante volte.

Mese dopo mese il mio corpo si ammorbidisce e anche i miei lineamenti ridiventano dolci.

Poi un giorno alzo di nuovo lo sguardo e torno a specchiarmi.


Ragazza sorridente al lago

Ora il sorriso c’è e mi riempie il volto. È un sorriso speciale, nuovo, sereno, vittorioso ed è potente, perché mi ricorda chi sono veramente e s’impone di non spegnersi più per nessuno.

Perché per nessuno vale offuscare la propria vita. E adesso finalmente lo so.

- Articolo rivisitato uscito

su Confidenze - Aprile 2017

© Nadia Nunzi


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