Lasciare la scuola a 16 anni non ha fermato il mio sogno di autrice, l'ha reso più profondo
Photo: Cristina Offidani
Per una sedicenne sognatrice e altamente sensibile,
sentirsi dire “Sei troppo emotiva”, “Il liceo classico è troppo difficile per te” può essere un duro colpo per l’autostima. E per me lo è stato.
Il mio tratto di alta sensibilità non è stato riconosciuto come tale ma visto come un limite.
Al di là dei buoni intenti dell’insegnante, che mia madre ricorda come molto protettiva nei miei confronti, le sue parole mi hanno fatta sentire inferiore. Non all’altezza del mio sogno.
Mi aveva consigliato le scuole magistrali.
Ma io non volevo fare la maestra.
Volevo scrivere e raccontare storie.
Così mi son detta:
“Se non posso studiare quello che mi interessa
allora tanto vale lasciare la scuola”.
Ho fatto giusto due anni di Liceo Artistico perché conservava il senso dell’arte che amavo. Ma non mi apparteneva.
Inoltre, arrivata all’anno dell’esame, la voce dell’insegnante è tornata a farsi sentire dentro di me:
“Non puoi farcela, è troppo difficile per te…”
Così nemmeno ci ho provato.
Sono andata dritta a lavorare come operaia a soli 16 anni.
Non è stato semplice e la vita mi ha messo davanti a diverse sfide.
Ma le storie che scrivo oggi, nei romanzi e nei libri di consapevolezza, hanno con sé l’impronta di quella scelta. E nascono dalla profondità di quel vissuto.
Mi mostrano inoltre che quel sogno non era stato davvero fermato. Aveva solo bisogno di trovare la sua strada. Una strada su misura per me.
Perché a volte le scelte ordinarie non sono quelle che ci appartengono. E le deviazioni durante il percorso sono necessarie per farci ritrovare la nostra vera voce.
PER ANNI HO LASCIATO UN ROMANZO A METÀ
SENZA CAPIRNE IL MOTIVO
Mi è stato detto un po’ di tutto:
Paura del successo
Paura del fallimento
Auto sabotaggio per restare nella comfort-zone
A me, però, non risuonava nulla in particolare. Del resto avevo già pubblicato altri libri, mi ero esposta in pubblico per di più con una storia personale molto delicata.
Non poteva trattarsi di questi temi. Inoltre non avevo sentito quel “click” di consapevolezza che in genere mi conferma la verità.
Lo dissi a una delle psicoterapeute che mi aveva dato quei responsi e lei:
«E allora perché non lo fai? Perché non scrivi il romanzo se è quello che vuoi?»
Si limitò a rimandare la domanda a me senza venirne a capo.
A quel punto il messaggio per me fu chiaro. Dovevo tornare a me stessa, a fare ancora una volta, la cosa più sensata: ASCOLTARMI in autonomia.
E così ho fatto.
Ogni volta che arrivava il blocco mi mettevo in ascolto delle mie sensazioni e osservavo i pensieri che arrivavano.
Dopo alcune settimane da questa presenza, la risposta è emersa con chiarezza.
Era, di nuovo, l’Alta sensibilità a fermarmi.
Quando mi mettevo a strutturare il romanzo, la mente percepiva il sovraccarico per la mole di lavoro più alta rispetto a quella per esempio dei manuali, e andava in protezione.
Una volta riconosciuto il meccanismo, ho potuto rassicurare quella parte di me preoccupata – che risuonava anche con le parole dell’insegnante del passato – e adottare strategie utili per farcela.
Oggi con questa nuova consapevolezza riesco a proteggere la mia energia e a portare a termini i progetti, senza sentire più quella voce che mi ripeteva di essere sbagliata o non all’altezza del progetto narrativo.
Per questo l'ascolto e la conoscenza attenta di sé sono due valori di cui parlo spesso. Ed esplorare le caratteristiche dell'alta sensibilità è fondamentale per vivere questo tratto al meglio.
Per non vederlo come un ostacolo bensì come un potenziale a favore della propria creatività.
Love, Nadia







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