• Nadia Nunzi

Guardarsi dentro per guarire


«L’anoressia era diventata una persona alla quale rendere conto».

Giulia definisce così la malattia che nel 2011, all’età di vent’anni, l’ha portata nell’arco di sei mesi a pesare dai cinquantotto ai trentaquattro chili. Parlarne oggi e ricordarsi in quella condizione ancora le fa parecchio male perché la malattia è qualcosa che le resta addosso, come un segno indelebile sulla pelle, ma non si nasconde. Vuole raccontarsi per far sapere cosa si cela dietro i disturbi alimentari. Ha iniziato a farlo tempo fa, aprendo il Blog Il Filo Rosso (oggi divenuto Pagina Facebook) per condividere pensieri personali e informazioni utili sul mondo delle ragazze pro-Ana, e servendosi della scrittura come strumento catartico.

«Quando mi chiedono come mai sono finita nel tunnel dell’anoressia non è facile per me rispondere, perché non c’è una motivazione precisa, ma una serie, posizionate lì nel corso della mia vita. Dinamiche familiari scomode, esperienze sentimentali spossanti e la completa mancanza di fiducia verso il genere maschile. Il tutto accompagnato da una bassa autostima mascherata con l’ironia e a volte persino con l’altezzosità».

È così che Giulia, in preda a una predominante sensazione di smarrimento sulla propria individualità, inizia a nutrire una rovinosa ossessione per il suo corpo. Si isola socialmente, si rifugia in mondo personale fatto di diete drastiche, conteggio meticoloso delle calorie e sport all’eccesso.

«Andavo a dormire programmando tutta la giornata successiva, impostavo la sveglia presto per fare gli addominali e i pesi senza che nessuno se ne accorgesse. Bevevo litri di acqua e tenevo d’occhio costantemente il peso stringendo indice e pollice intorno al braccio nell’attesa che arrivassero a congiungersi».

La malattia aveva scollegato Giulia dal mondo e anche da se stessa. Era diventata per lei un’entità reale, viva, alla quale fare riferimento. Era entrata talmente in simbiosi con essa da instaurarci una vera relazione di amore e odio, senza riuscire a staccarsi.

«Per le persone insicure non è semplice interrompere una relazione anche se deleteria. Sentivo una voce dentro che mi portava a essere devota alla malattia al punto di sentirmi in colpa dopo ogni “sgarro” alimentare. Quasi in dovere di chiederle scusa. Era talmente forte il suo potere su di me tanto da paralizzarmi. L’anoressia ti sfinisce, ti toglie tutto. Se la assecondi arriva a sostituirsi completamente a te».

Intorno a lei, i familiari non si rendono subito conto di ciò che sta accadendo, pensano che si stia semplicemente prendendo cura di sé. Il ragazzo però, a un certo punto, nota il comportamento anomalo, le ossa sporgenti, e la invita a farsi aiutare.

«Carlo cercava di farmi prendere coscienza del problema anche attraverso le storie di altre ragazze ridotte pelle e ossa, ma io mi sentivo diversa da loro, negavo la malattia e mi allontanavo anche da lui innalzando muri di ostilità».

Un giorno, però, mentre sta salendo le scale, Giulia ha un mancamento e deve fare i conti con la sua condizione, così si reca insieme a sua madre Giorgia al Pronto Soccorso di Conegliano dove appurata la debolezza dello stato fisico la trattengono per farle recuperare un po’ di peso e le forze. Quello è stato il suo primo ricovero, poi ne sono seguiti altri due presso la Casa di Cura neuropsichiatrica Parco Dei Tigli a Padova, dove, superate le prime difficoltà, finalmente riesce a guardare in faccia il suo disagio e a decidere di affrontarlo.

«Ci ho messo quasi sei anni per guarire completamente e a volte ho avuto delle crisi, comunque non mi sono mai arresa e ho continuato a lavorare su di me facendo molta psicoterapia. Volevo farcela attingendo alla mia forza di volontà per far emergere in me quella sana voglia di vivere che mancava».

E proprio con la determinazione, il supporto delle due sor

elle e dei genitori, Giulia si affida con pazienza ai medici specializzati e inizia il suo cammino di risalita verso il benessere psicofisico. Un percorso lungo e faticoso ma essenziale che la conduce oltre il buio con occhi nuovi. Adesso invita con fermezza tutte le persone che si trovano nella stessa condizione che ha vissuto lei a chiedere aiuto, perché da soli non se ne esce e dimostra la sua crescita personale con un nuovo punto di vista sulla vita e anche una valorosa passione per i cani.

«Si guarisce dai disturbi quando si ha il coraggio di guardarsi dentro, di ascoltarsi, smettendo di dare importanza ai giudizi esterni, di vivere in funzione degli altri o delle cose che ci accadono. Oggi, grazie a terapeuti di fiducia, ho acquisito molta consapevolezza e posso sostenere di avere un rapporto equilibrato con il mio corpo, come di saper riconoscere tempestivamente eventuali segnali d’allarme. Mentre ancora barcollavo, mi sono dedicata ai cani, che parafrasando Canetti, hanno un’invadente disponibilità dell’anima che allevia le persone che cominciano a rinsecchirsi. Ed è davvero così, il mio primo cucciolo Matisse è stato per me di grande aiuto, mi ha riportato dolcemente al senso di responsabilità. Prima ero costantemente preoccupata della malattia, della guarigione, di chi sarei diventata dopo e di quello che avrei fatto. Condividere il mio tempo con Matisse mi ha dato modo di riaprirmi e, cercando di muovermi attivamente per il suo benessere, ho ritrovato il mio sorriso. Oggi sono in grado di chiudere la porta in faccia alla malattia qualora si ripresentasse e ben contenta di tenere aperta la finestra che dà sul giardino rigoglioso che mi porto dentro».

© Nadia Nunzi

Testimonianza raccolta per la rivista Starbene n°13 di marzo 2019

#Storia #forza #donne

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