• Nadia Nunzi

Grata alla Vita


Alessandra Antonini, 27 anni, Visso.

La mia vita finisce e ricomincia nell’agosto del 2016, quando vedo la casa dove ho vissuto per venticinque anni sbriciolarsi come se fosse di pasta frolla. C’erano state altre scosse sismiche nei giorni precedenti, i calcinacci mi erano finiti addosso mentre dormivo e per sicurezza mi ero già spostata, insieme alla mia famiglia, in una roulotte lì nei pressi, a pochi metri di distanza. Era saltata l’energia elettrica, avevamo raccattato qualcosa al volo ed eravamo corsi via senza meta, come un paradosso, in cerca di un rifugio all’aperto, poi c’eravamo accampati alla meglio.

Ero disorientata, ma nel terrore avevo comunque la speranza di tornare presto, in qualche modo, alla normalità, alla vita di sempre. Purtroppo, però, il mio era un pensiero illusorio. Soltanto due mesi dopo, una scossa più violenta di altre, di magnitudo 6.0, rade al suolo l’intero paese, Visso, e insieme a macerie e polvere vedo scomparire anche tutta la mia infanzia, l’adolescenza, il futuro.

In realtà non me ne rendo conto immediatamente, il vero senso di smarrimento arriva nei giorni e nei mesi a seguire, spostamento dopo spostamento. Prima in una tenda, poi in un camping lungo la costa.

Sono insieme a molti altri sfollati ma non riesco a trovare conforto nei loro abbracci o nella vicinanza magari durante il pranzo o la cena. Sono giorni veramente difficili, dove a volte ho persino voglia di lasciarmi morire, dove qualcuno in preda al panico lo fa per davvero, lasciando ancora più turbamento in chi resta.

Vorrei tornare a casa mia, con tutta me stessa, ma ormai non esiste più e posso soltanto prenderne atto. Devo trovare un appiglio salvifico, un modo per andare avanti.

È un incontro di vita a darmi l’input e la giusta forza per riuscirci, quello con il giornalista e scrittore Luca Pagliari. C’eravamo visti soltanto una volta qualche anno prima, poi tramite un mio messaggio ci siamo ritrovati.

Non posso arrendermi, sono giovane e ho delle potenzialità. Posso ancora fare molto ed essere un esempio per altre persone. Questo mi fa capire Luca, tra una chiacchierata e l’altra, quando mi raggiunge nel bungalow dove alloggio temporaneamente.

Ho con me soltanto un computer portatile e uno smartphone, mi sembra nulla in confronto a ciò che possedevo prima ma non lo è, in realtà sono le mie ancore di salvezza, quelle che mi tengono agganciata al resto del mondo, che mi aiutano a non chiudermi, a non impazzire.

Attraverso le parole di incoraggiamento di tante persone, che mi arrivano in tempo reale, riesco a non sprofondare nell’abisso dello sconforto e delle paure. Tramite la tecnologia e con il supporto di Luca decido inoltre di fare qualcosa di significato per Visso, così insieme creiamo un format giornalistico chiamato Generazione 6.5 dove racconto la mia esperienza, il dramma che sto vivendo, la lotta contro i timori, il disagio e la burocrazia.

Attraverso il web voglio infondere un messaggio di resilienza per far capire l’importanza del confronto, delle parole, dell’unirsi nelle difficoltà, del fare squadra anche attraverso la rete, perché il web e i social, se usati con intelligenza, possono essere di grande aiuto ed è anche grazie a essi che la mia vita è andata avanti.

Dopo aver girato il docufilm con un semplice telefonino, inizio a recarmi, insieme a Luca, per le scuole e nei teatri, dove parlo con i ragazzi e cerco di mostrare loro come si può ripartire anche dopo aver perso tutto.

«Se decidi di farcela ce la fai, perché tutto dipende da te» dico mentre mi ascoltano dopo aver visto il filmato, ed è vero: il nostro modo di adattarci al cambiamento, di resistere agli eventi negativi senza opporsi a essi, è il motore che ci fa proseguire con dignità nel nostro percorso di vita.

«Ognuno di noi nasconde un incredibile forza che nemmeno immagina, finché una luce arriva a farcela scoprire» mi scrive uno degli studenti quando a conclusione dell’evento raccolgo in forma anonima i pensieri di chi vuole lasciare una traccia riguardo ciò che ho raccontato.

«A volte certi drammi devono accadere. Ma quel che conta è il dopo, come reagisci» aggiunge un altro, e ho conferma che il mio messaggio sta arrivando proprio come vorrei.

Attualmente vivo in una “casetta” a Visso ma la città è ormai vuota, fatiscente, abbandonata a se stessa, manca un centro ricreativo, ci sono pochissimi negozi aperti e anche il medico di riferimento si è trasferito. Sono andati via quasi tutti e anche il mio desiderio di restare è costretto a cambiare forma. Presto mi allontanerò come molti, sto cercando un nuovo alloggio definitivo con il mio ragazzo, a cinquanta chilometri di distanza, così da poter trovare un lavoro e riprendere anche la mia passione per il calcio.

Un evento del genere inevitabilmente ti cambia, ti apre gli occhi sull’imprevedibilità della vita e ti spinge al cambiamento. Nonostante le difficoltà quotidiane, però, non mi arrendo e, con il mio progetto, continuo a divulgare un messaggio di forza e di speranza, aiutando attraverso il ricavo dei fondi, il comitato cittadino di solidarietà Vita di Paese che si preoccupa di supportare concretamente le popolazioni dei monti Sibillini colpite dal sisma.

La leggerezza con cui vivevo un tempo di certo se n’è andata lasciando il posto a una consapevolezza nuova, che mi rende più presente, più viva, più attenta alle persone che sono fortunata di avere accanto e non posso che sentirmi grata, nonostante tutto ciò che ho perso, per ogni piccola cosa che la vita ancora mi regala ogni giorno.

Testimonianza raccolta per la rivista Starbene n° 10 del 19 febbraio 2019

@Nadia Nunzi

#Articolo #Resilienza #Storia #Donne

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