• Nadia Nunzi

Sei parte di me


La violenza è violenza. Non si giustifica. Mai.

Eppure noi donne tendiamo comunque a farlo. Lo facciamo con i nostri compagni, mariti, amori. Fino a quando magari non diventano ex e riusciamo finalmente a vederli per quello che sono, con occhi disincantati, e ad accusarli per il dolore che ci hanno inflitto.

Con un figlio è diverso.

Un figlio non potrà mai essere un ex.

Un figlio ti resta dentro, nel cuore, e in quella culla accogliente che è la nostra pancia.

Lo penso adesso, mentre ci porto una mano sopra e dolcemente la accarezzo. Poi mi guardo intorno.

Per terra ci sono ancora i piatti rotti che con ferocia hai scaraventato per dimostrarmi tutta la tua rabbia. Ti accanisci contro gli oggetti quando le parole per svilirmi non bastano. Quando ti sembrano poco convincenti.

Sul tavolo il corpo di una donna nuda squartato a metà.

Avevo finito di dipingerla solo qualche ora prima e non hai trovato modo migliore per farmela pagare, se non quello di distruggerla con la lama affilata di un coltello nero preso di fretta in cucina.

Ti osservo mentre ti accanisci sulla tela e spalanco gli occhi. Poi ti arrivo accanto.

«Diego, smettila! Che diavolo fai? Ti rendi conto di quello che stai facendo?»

Vorrei urlarti queste parole, con la fermezza di una voce dura, che non trema.

Vorrei toglierti l’oggetto contundente dalle mani e importi il mio sguardo fiero e predominante per riportarti alla ragione.

Vorrei dirti di portarmi rispetto perché sono tua madre.

Ti arrivo accanto e, a labbra strette, tremo. Con le braccia mi proteggo, poi abbasso il viso e restando in silenzio fisso qualcosa di impreciso per aggrapparmi.

«Ti ammazzo, giuro che prima o poi ti ammazzo!»

Le parole a te invece escono come proiettili.

Me le direzioni guardandomi con occhi infuocati che non riconosco e che non hanno nulla a che vedere con quelli del bambino gentile e un po’ timido che mi venerava fino a soltanto un paio di anni fa.

Furtiva ti cerco e non ti trovo più. Sei un estraneo. E improvvisamente è come se sentissi quella lama fredda e lucida affondare nella carne, così come mi hai promesso ormai fin troppe volte.

Vorrei impormi e invece ho paura, tanta, e mi impietrisco.

Butti il coltello per terra, mi sfidi con lo sguardo ancora, la bocca ti si contorce come a volermi sputare in faccia. Poi te ne vai di sopra, nella tua stanza e sbatti la porta.

Il dolore che mi lasci addosso, dopo avermi vomitato tutto il tuo spregio sembra lava incandescente, che ustiona in maniera irrevocabile.

Eppure vorrei dirti che non è questa la cosa che più mi atterrisce e che mi fa provare pena.

Lo è piuttosto la consapevolezza di sapere che il dolore che provo e che mi infliggi è solo una parte contenuta rispetto a tutto quello che sicuramente provi tu, comportandoti in questo modo.

Prima ancora che ti volti per dileguarti, piango. Non aspetto che te ne vai per farlo, e mi mostro debole davanti a te, ancor più di quanto tu non mi ci reputi già.

Non sono la tua roccia, il punto di riferimento solido che vorresti. E da lì ecco che il senso di colpa parte e mi arriva addosso più aggressivo di un pugno in pieno volto. Vestito del mantra avvelenato che recita la nullità di madre quale per te, e chissà per quanti altri, sono.

Mi raggomitolo sul divano e mi percepisco minuscola. Più piccola di sempre.

Un granello di sabbia che potrebbe diventare spiaggia e che invece si dissolve nel vento.

Così mi sento, inadeguata. Una che non è mai abbastanza. E questo mio non essere, fa sentire un incapace anche te.

Me lo dicono gli assistenti sociali con cui decido inutilmente di parlare, giusto qualche giorno fa.

Un’analisi spicciola priva di empatia. Un giudizio da masticatori di parole annoiati che indugiano e infieriscono, anziché tendermi realmente una mano.

Lo so che non sono la madre che vorresti e che quel padre che, davanti a te non mi difende, ti concorda il permesso di osservarmi con lo stesso sdegno con il quale mi guarda lui. Ma sono comunque parte di te come tu lo sei di me. Non dimenticarlo.

Ci unisce un cordone ombelicale che non si recide.

Mi accarezzo di nuovo il ventre e penso che sarebbe bello tenerti realmente ancora lì, al sicuro, dove non servono altro che palpiti e respiri per intenderci.

Dove tutto quell’amore profondo che brami, celato dentro ogni colpo che sferri, ritorna palpabile e puro, seppur fluttuante e trasparente.

Dove invece di riempirti di paure e svuotarti di certezze, ti risentiresti in pace e non ti vergogneresti più di me.

Testimonianza raccolta per la rivista Gioia Magazine, uscita in edicola ad agosto '17.

@ Nadia Nunzi

#tiamoanimamia

#Storia #Violenza #donne

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