• Nadia Nunzi

Diversamente felice


Dicembre. I primi addobbi natalizi mi trasportano in un altro tempo. Da sette anni ormai. E quest’anno fa un effetto ancora più strano, perché cammino libera per le strade, mentre è quasi Natale, proprio come sette anni fa.

Fa strano perché non ricordavo più cosa significasse camminare sentendomi LIBERA, semplicemente mentre cammino per andare a lavorare la mattina presto.

Respiro la libertà ma è diverso, sono di sette anni più vecchia. E in questi anni non ho vissuto. Mi sono scivolati via sotto il naso, mentre ero prigioniera e complice silenziosa del mio carceriere.

In quel lontano Natale lui mi catturò.

Mi aveva fatto una corte garbata, lunga, a piccole ma intense dosi. Io, che avevo poche certezze e una di esse era che avrei passato la mia vita nel paese in cui ero cresciuta, non ci pensavo nemmeno a una relazione a distanza. Ancora meno a lunga distanza, e con uno straniero. Infatti non mi piaceva. Gli trovavo molti difetti, ma le affinità (apparenti) alla fine purtroppo ebbero la meglio. Cedetti. E fu come entrare nella gabbia di una bestia che, al contrario della favola, fu il risultato della trasformazione repentinamente subita da un irresistibile principe.

Gli aerei scandivano i nostri incontri. Non rari ed emotivamente struggenti. Mi sentivo amata come mai prima. Troppo ingenua per realizzare che quella del palesare tanto amore fosse solo una tattica per intrappolarmi nella sua rete. Quindi nel giro di pochi mesi passai dall’essere una donna letteralmente venerata per la bellezza, le doti, l’intelligenza, a quella disprezzata, insultata, sottilmente ricattata e allontanata da tutti.

Se lo amavo dovevo dimostrarlo rinunciando persino alla mia famiglia.

A che mi serviva lavorare in Italia se potevo raggiungerlo all’estero e approfittare dei primi tempi lì per imparare la lingua?

Il suo stipendio bastava per tutti e due. La casa era di sua proprietà, quindi, poiché eravamo una cosa sola, la casa era anche mia. Se lo amavo, dovevo farlo.

I miei hobby erano tutte stronzate. Io, incapace di fare qualsiasi cosa. Divieto assoluto di toccare la lavatrice, di lavare i suoi panni, di usare la macchina per il caffè, di pulire lo specchio grande della sala, di spostare gli utensili in cucina, di molte altre cose ancora. Divieto assoluto di parlare con i vicini di casa sua, persino con i suoi parenti. Erano tutti cattivi, tutti maligni. Se qualcuno mi rivolgeva la parola, lui arrivava, si attaccava a me come una calamita, rispondeva per me, salutava e mi portava via.

La casa era la sua casa, se mi “comportavo male” (ovvero se mi ribellavo o se dicevo qualcosa che non era di suo gradimento) mi toglieva prima la parola, poi le chiavi e mi lasciava fuori. Ero diventata amica della proprietaria dell’hotel dove arrivavo priva di bagagli verso mezzanotte, dopo aver atteso invano davanti all’uscio di casa che la porta mi venisse aperta. Le sue manie di persecuzione mi trascinavano nella dinamica della sua vita alla continua ricerca della perfezione; nella sua perpetua infelicità. Era una persona tossica, e io mi stavo ammalando di lui. Le cose normali diventavano anormali. Quelle anormali erano la normalità. Se mi avvicinavo troppo quando era nervoso mi toccavano calci e pugni. Ed era colpa mia. Perché non dovevo avvicinarmi. Poi lacrime, e scuse in ginocchio. Scene da Oscar. E io che ci cascavo. Anche perché la sua giustificazione era veramente romantica alle mie orecchie intossicate: “Ti amo troppo. Sono abituato a controllare ogni aspetto della mia vita. Ma questo amore è incontrollabile, mi domina e non posso dominarlo. Mi fa perdere il controllo”.

Vivevo nella penuria. Sono arrivata ad usare palle di carta igienica al posto degli assorbenti. Vivevo sola in un paese straniero. Poi la gravidanza. Arrivata senza essere cercata, accolta (da me) come un regalo del cielo. La speranza riposta in un figlio, la speranza che un uomo possa davvero cambiare. La gravidanza, interpretata da lui invece come arma finale di ricatto. Quando nacque mio figlio iniziai ad aprire gli occhi. Mi impediva di toccarlo, di allattarlo. Appoggiato dalla sua famiglia, mi diceva che dovevo andarmene e lasciare mio figlio a lui e ai suoi, perché quel bambino non aveva bisogno di me, come d’altronde nessun altro. Mi diceva che non potevo restare, perché la casa era la sua, perché il figlio era il suo, perché ero un parassita della società (non lavorando) e nessun giudice avrebbe affidato un figlio ad una come me. Nel frattempo feci scoperte agghiaccianti: mi aveva raccontato bugie mastodontiche che solo una persona intossicata come me aveva potuto confondere con la verità. Scoprii che era recidivo, e iniziai a sentirmi sollevata perché significava che non ero io il problema. Al contempo mi spaventai, e mi sentii pronta ad aiutarlo a guarire. Pronta a sacrificare tutta la mia vita più di quanto non avessi già fatto per rimanergli accanto. Lo amavo tanto.

Iniziai segretamente a frequentare una psicologa e un centro di ascolto per donne maltrattate. Cercavano di spronarmi, di farmi vedere la realtà per com’era. Mi facevano guardare allo specchio, mi mostravano uno sguardo spento e sofferente, mi facevano notare che avevo perso dieci chili in pochi mesi. Che continuavo a giustificare una persona che mi impediva persino di dormire in un letto. Che QUESTI UOMINI NON CAMBIANO. Ma niente da fare. Niente da fare, fino al giorno in cui vidi nei suoi occhi che avrebbe potuto ammazzarmi. La violenza delle botte era di gran lunga meno penetrante rispetto all’odio che trapelava dal suo sguardo e dalla sua bocca. Tentò in ogni modo di impedirmi di raggiungere la porta di casa. Io scoprii di avere una forza che non era alla portata delle mie gambe rinsecchite e prive di tono muscolare. Correvo in mezzo alla strada e gridavo aiuto. Con le ciabatte, la vestaglia e i capelli arruffati, perché aggrapparsi forte alla mia coda di cavallo era stato l’ultimo disperato tentativo fatto da lui per evitare che riuscissi ad uscire di casa. Fu l’ultima volta che lo vidi. In tribunale un pannello impedisce al mio sguardo di raggiungerlo. Ma i processi non sono finiti, e io ho tanta voglia di guardarlo negli occhi, ora che sono passati due anni. Due anni in cui ho toccato il fondo. Non con i piedi. Con tutto il corpo. Persino con la faccia. Due anni tremendi. Di piccole lotte quotidiane. Perché ricostruire la mia personalità, prendere una piccola decisione, credere in me, sono stati gli scogli più grandi che abbia potuto scavalcare strisciando su di essi e ferendomi ancora di più. Perché anche la consapevolezza può ferire. Poi, grazie al supporto della mia famiglia (lontana) e di alcuni angeli incrociati nel mio cammino, mi sono rimessa in piedi sulle mie gambe. E ho spinto forte, ho usato quel fondo toccato come strumento per spingermi verso l’alto e riemergere.

Sto meglio. Sono una donna in RINASCITA. Sono una persona CONSAPEVOLE e ora so ciò che non voglio.

Sono una mamma attenta e premurosa, impegnata a inculcare a mio figlio quei valori che spero lo rendano differente da suo padre.

Il cammino è ancora lungo, lo so. Devo debellare tante convinzioni errate che ho. Per me gli uomini sono tutti come lui. Le suocere e le cognate sono come quelle che ho avuto io. Non credo che mi regalerò mai a nessun altro uomo. Ho amato tanto, anche se di un amore malato, che non potrò mai più provare certi sentimenti. E soprattutto non voglio. Certe ferite rimangono aperte. Sto lentamente guarendo dalla dipendenza affettiva che mi legava alla mia amata bestia. Penso che il traguardo più grande sia l'essere riuscita a ricominciare ad AMARE ME STESSA, ma ancor di più l’aver riscoperto il valore immenso dell’indipendenza e della libertà. Ebbene sì. Sono felice. Diversamente felice. E ho tanta voglia di vivere. Anonima

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