• Nadia Nunzi

La forza di ricostruire


Sono in roulotte quando vedo la casa accartocciarsi davanti ai miei occhi. E insieme a mattoni e polvere cadono giù anche i miei venticinque anni di vita.

Il mostro del terremoto torna a farsi sentire, così, senza invito e senza annunciarsi. Improvvisa con la solita brutalità, come se non ne abbia già abbastanza di lui.

Ci sono state altre scosse nei due mesi precedenti e una delle più rilevanti mi sveglia in piena notte facendomi cadere addosso oggetti e calcinacci.

L’energia elettrica salta, a terra c’è di tutto: vetri, pezzi d’intonaco, suppellettili e non so cos’altro. Non si vede nulla.

Io e la mia famiglia scappiamo via con giusto il necessario per arrivare al mattino, avvolti dall’oscurità di UNA NOTTE DI CERTO PIÙ NERA E CATTIVA DI TANTE ALTRE.

Una notte che sembra eterna, dove il tempo si dilata e i minuti e le ore che prima apparivano troppo brevi, diventano infiniti. Dove non si può dormire, dove ci si abbraccia gli uni con gli altri per farsi coraggio, in attesa delle prime luci dell’alba.

Rientro in casa solo a quel punto, per lavarmi di corsa e prendere alcune cose, poi di nuovo fuori, mentre nuove scosse arrivano a scuotermi corpo e anima.

È AGOSTO 2016. Trovo tregua e rifugio all’aperto, sull’altopiano in direzione Macereto. Un paradosso. La sicurezza che pensavo di avere in un edificio antisismico è svanita. Il prato diventa il mio letto e la mia oasi di ristoro, almeno per un po’. Poi arrivano le notti sistemata in auto e infine in roulotte a pochi metri dall’abitazione che tanto amo e dove spero di poter rientrare al più presto.

Ogni cosa si sistemerà, mi dico. Non può crollare tutto così.

Ma è un pensiero che svanisce insieme allo sbuffo del fiato che si condensa nell’aria.

Una nuova scossa di magnitudo 6.0, con epicentro proprio sotto i miei piedi, giunge disarmante proprio a fine ottobre e mi dà il colpo di grazia.

Un intero paese spazzato via in soli pochi secondi. E anche i miei ricordi di colpo diventano polvere.

Nei giorni successivi mi accampo nella tenda insieme ad altre dodici persone che, come me, hanno perso tutto. Ci si scalda come meglio si può, con abbracci e parole di conforto che sembrano irreali. Si esorcizzano paure condivise affinché alleggeriscano. Ci si aggrappa alla presenza dei bambini per camuffarle, improvvisando sorrisi rassicuranti tutti per loro. Per cercare una via di fuga mentale che allieti almeno un po’ il dramma che stiamo vivendo. Perché ogni movimento ci riconduce al tremore e ci catapulta di nuovo nell’angoscia di qualcosa che non possiamo controllare.

Resto accampata per un paio di giorni, poi mi sposto, insieme ad altri corpi smarriti, lungo la costa. È notte, decine di pullman arrivano al camping dove alloggeremo e sembra uno sbarco terrestre, dove si compilano schede e si viene suddivisi in base alle proprie generalità.

Le uniche cose che ho con me sono un telefonino e un laptop. Le mie ANCORE DI SALVEZZA, quelle che mi tengono, in un certo senso, agganciata alla vita, che mi aiutano ad affrontare le giornate, a parlare con tantissime persone, cercando di dare un senso a ciò che è accaduto.

I mesi trascorsi nel campeggio sono difficili, continue file alle mense per un piatto caldo e spazi stretti condivisi con troppe persone.

Gli abbracci, i sorrisi e le parole di conforto non mancano mai ma il pensiero fisso è quello di voler tornare a casa. La mia casa.

Eppure è inutile tormentarsi con qualcosa che non esiste più. Che non si può cambiare. A un certo punto bisogna accettarlo e andare avanti. Ripartire.

PERCHÈ NO? Ed è da questa domanda, che è al contempo anche una buona risposta, che lo faccio. Un faro che mi aiuta a non sprofondare nel buio accecante dell’arrendevolezza.

È il giornalista e scrittore Luca Pagliari a pronunciare, un giorno, queste due parole e a tirar fuori la mia resilienza, mentre siamo intenti a conversare nel bungalow dove alloggio.

Ci siamo conosciuti a un incontro scolastico, sette anni prima, poi ci siamo persi di vista, e nuovamente ritrovati in quest’occasione. Quando gli telefono non indugia un attimo a raggiungermi e accoglie subito la mia proposta, dandomi il suo completo supporto, insieme alla sua preziosa sensibilità.

Con lui decido di fare qualcosa di significativo e utile per Visso. Quel luogo dove sono nata, cresciuta, dove ho allenato una squadra di calcio di giovanissime. Dove ho conosciuto i miei migliori amici e fatto le mie prime scoperte.

Così, insieme e dopo lunghe chiacchierate, realizziamo e pubblichiamo su YouTube un format giornalistico, Generazione 6.5, dove racconto il sisma attraverso le mie emozioni e i miei sguardi. Dove narro ciò che si prova a perdere tutto in circa centottanta secondi e soprattutto di come si possa ripartire combattendo incubi e burocrazie. E anche di quanto utilizzando il web si possa fare squadra.

Tramite questo docufilm, che gira nei teatri mostrando un dramma ma anche e soprattutto una gran voglia di rinascita, ricavo fondi che contribuiscono alla nascita di Vita di Paese: un comitato cittadino di solidarietà che a sua volta raccoglie fondi per aiutare concretamente le popolazioni dei monti Sibillini colpite dal sisma e finanzia progetti specifici per i giovani desiderosi di tornare a vivere nei luoghi di origine e magari di riprendere o avviare un’attività.

Grazie a questa associazione mi metto in moto, AFFRONTO LE MIE PAURE E PIAN PIANO MI RIALZO.

«Da un terremoto, sia fisico che interiore, si può uscire. L’importante è non chiudersi, parlare, cercare aiuto.»

Questo dico sempre ai ragazzi che incontro nelle scuole con il mio progetto e anche le balbuzie di cui soffrivo prima del sisma, parlando in pubblico, non sono più invalidanti.

Oggi sono finalmente in una struttura che mi fa sentire di nuovo a casa. Una sae dalle pareti colorate che segna un nuovo inizio, dopo averne inaugurati tanti.

Dopo venti mesi in cui ho cambiato cinque alloggi e tre lavori. In cui ho affrontato tante insicurezze e paure. E in cui sono cresciuta molto.

Un’esperienza tragica come questa ti cambia. È inevitabile. Ti toglie tante cose ma te ne può anche ridare molte altre. Adesso lo so. Perché ora sono una persona nuova, diversa dalla ragazzina spensierata che il sisma si è portato via con sé insieme alle cose materiali.

Sono più consapevole, più attenta alle persone, alle parole. Grata per quello che ogni giorno ho davanti, che sia un tramonto o una nuova strada dove camminare.

Pronta a ridare un po’ di tutto quell’affetto e dell’appoggio che è stato regalato a me in questi mesi.

Non è facile rivivere tutti quei momenti di dolore che ho sofferto, ma voglio farlo, voglio continuare a divulgare la mia esperienza affinché altri possano affrontare le proprie paure e comprendere che anche quando tutto sembra finito, ci si può reinventare. Perché no?

Guardo le due parole, con a fianco un’ancora, tatuate di recente sul braccio sinistro e sorrido.

La casa dove ho pronunciato le mie prime sillabe, dove ho mosso i miei primi passi e calciato il primo pallone, dove ho pianto le prime lacrime adolescenziali e stretto abbracci con le persone a me più care, sta per essere abbattuta. Al suo posto ce ne sarà un’altra e so che non potrà mai essere come prima. La osservo un attimo poi oriento lo sguardo altrove, dentro di me, dove ho scavato per tirare fuori la mia forza e il mio coraggio e poi più lontano, verso tutto ciò che ancora di bello posso edificare e condividere e la tristezza si dissolve via, nell’aria, lasciando spazio a nuovi SOGNI.

Storia vera di Alessandra Antonini, 27 anni, Visso

raccolta da ©Nadia Nunzi per Confidenze n*35 agosto 2018

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