• Nadia Nunzi

Le botte del silenzio


Son passati anni da quando Luca se n’è andato. Un giorno ha fatto così: è uscito dalla mia vita senza una parola, un messaggio, una lettera, una spiegazione… niente.

Se n’è andato come scomparso nel nulla, col passo felpato, di mattino presto e accostando premuroso la porta di casa. Senza nemmeno preoccuparsi di prendere le sue cose.

L’ha fatto come chi scopre di avere una malattia incurabile e non ha il coraggio di dirlo alla persona amata, perché non vuole farla soffrire. Decidendo, comunque egoisticamente, per tutti e due. Questo ho pensato per parecchio tempo: che avesse saputo di essere gravemente malato e che avesse preferito non dirmelo.

Ma che diritto ha una persona che per nove anni ti è stata accanto, che ti ha baciato, amato, regalato i fremiti del suo corpo giovane e molto altro, di andarsene così, senza dire niente, lasciandoti nel dubbio di un SILENZIO impossibile da comprendere?

Sono rimasta traumatizzata da quel silenzio, non so nemmeno se più della verità che ho scoperto parecchio tempo dopo, ovviamente non da lui ma da altre persone. Da amici in comune che sapevano o che hanno saputo in seguito.

Non credo che l’avrei fermato se mi avesse spiegato come si sentiva, che cosa provava, o non provava, mentre faceva l’amore con me e io ero ignara di tutto.

Ogni uomo è libero di inseguire la sua natura, di assecondare la sua sessualità. Di farsi abbracciare da un altro uomo se è ciò che la sua mente vuole. Ma non è libero di mortificare chi ripone fiducia in lui. Chi per anni gli ha prestato il proprio corpo amandolo e regalato l’adolescenza standogli accanto, crescendo con lui, con i suoi timori e le sue voglie camuffate.

Io e Luca ci siamo innamorati a scuola, appena ventenni e pieni di sogni in comune. Ci siamo raccontati tutto. O perlomeno questo credevo. E abbiamo condiviso sorrisi, lacrime e passioni per tanto tempo.

Se penso a questo adesso, la mia anima si logora, perché non ci ritrovo più niente dentro.

Un vuoto improvviso sembra aver coperto tutto e rapito ciò che eravamo insieme o che pensavamo di essere.

Ho dovuto dimenticare la mia storia, il mio patrimonio di sentimenti. Una parte del mio passato non esiste, non è mai esistita e non riesco nemmeno a dare un nome a questo strappo che mi sento addosso ogni qualvolta che provo ad avanzare.

Quando dico che mi sento sconosciuta vittima di femminicidio molte donne mi guardano storto, soprattutto quelle che hanno subito pugni e schiaffi. Ma la VIOLENZA PSICOLOGICA che può provocarti un uomo confuso, ingannandoti, mostrandosi diverso da quello che è, che sa o che scopre di essere, non fa meno male delle botte.

Ti lascia con una crepa nella vita. Come se all’improvviso una parte del tuo vissuto non ci sia più.

Questo è quello che sento, come mi sento ogni volta che penso a lui e al nostro amore.

Il nostro amore. E mi chiedo: era veramente amore o era quello che ci piaceva pensare che fosse?

Sono confusa. Una donna che non riesce più a lasciarsi andare con nessun uomo, che non si fida, che li guarda un po’ tutti con sospetto. Totalmente disorientata. Una donna sminuita profondamente nella sua femminilità. Che non sa più quanto vale e che ha smarrito inevitabilmente una parte di sé e non riesce a ritrovarla.

Quando Luca mi ha telefonato qualche mese fa, dopo anni di silenzio, non sono riuscita a rispondergli. Premere il tasto verde e iniziare ad ascoltarlo mi sembrava come fargli sapere che ero ancora in attesa di una risposta e l’orgoglio mi ha impedito di comunicarglielo. Forse avrei dovuto dargli la possibilità di spiegare e forse ora non mi troverei ancora incatenata dalle domande e dai dubbi che nessun altro mai potrà chiarirmi. Ma ho una dignità anch’io e almeno quella voglio preservarla.

Ci vuole senz’altro coraggio per dire la verità, per affrontare i propri fantasmi e metterli sul piatto davanti alla persona che condivide con te la quotidianità, mentre magari si fa cena, pranzo o colazione insieme. Ma meritavo di sapere. Non di essere usata come una donna in prestito per capire una propria identità.

Questo non riesco ad accettarlo. Questo mi fa sentire stuprata e vittima e non mi dà modo di ricominciare. E mi chiedo inoltre perché tra tante abbia scelto me come cavia per i suoi esperimenti. Che cosa abbia visto nei miei occhi di diverso da qualunque altra preda. Forse la mia fragilità, quella che mi tiene ancora qui a scrivere di lui, a sentire il bisogno di raccontarlo a qualcuno, di sfogarlo. Di elaborare un lutto che non riesco ad approvare.

Il suo compagno si chiama Giorgio. Stanno insieme da allora, dal giorno della sua fuga o da molto prima. Questo non me l’hanno raccontato con esattezza. Forse per non ferirmi maggiormente.

Potrei dire che sono felice per loro ma non è quello che sento e non m’importa cosa pensino gli altri sul mio conto né che mi accusino di omofobia. Dentro di me c’è una rabbia non sopita perché nove anni non sono come nove giorni e metterli via continuamente come si fa con la cesta dei panni sporchi quando non si ha voglia di lavarli, significa a un certo punto, non avere più vestiti puliti per uscire di casa.

Vorrei aver avuto almeno l’accortezza di scorgere i segnali. Il sesto senso di qualcosa di ambiguo che se penso adesso sicuramente c’era. Probabilmente mi sarei risparmiata tanto strazio. I festeggiamenti di ogni anniversario e i regali sbagliati che ora so di aver incartato. Ma la vita va così. Ti riserba spesso cose che non ti aspetti e ti lascia a volte con un’amarezza difficile da mandar giù.

Prima o poi supererò questa fase in cui mi trovo bloccata e magari un giorno riuscirò a innamorarmi ancora, a fidarmi, a credere in ciò che credevo da bambina. A ritrovare l’entusiasmo che avevo guardando un ragazzo negli occhi, scrutandogli le mani e immaginandole leggere sulla mia pelle nuda. A sentire ancora una felicità come quella che mi provocava Luca ogni volta che ci incontravamo dopo il suono della campanella e poi in seguito, quando abbracciati percorrevamo il viale che ci univa fino alla fermata dell’autobus. L’emozione della nostra prima volta a letto insieme e l’eccitazione che avevo aspettando quelle successive.

Luca, uscendo dalla porta di casa, ha trovato la sua strada, senza preoccuparsi di come sarebbe stata poi la mia.

Quello che mi auguro adesso è di riuscire a percorrerne una nuova anch’io senza sentire più il suo peso, quello delle sue scelte sul mio corpo sensuale e morbido di donna.

Testimonianza raccolta per la rivista Confidenze, giugno 2016

©Nadia Nunzi

#violenzaerinascita

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