• Nadia Nunzi

Pink Magazine Italia


Una ruga sulla fronte, il ricordo di un amore malato. Una storia, un dolore, una violenza quella di Nadia Nunzi, una giovane donna che, come ogni donna, sogna di innamorarsi. E poiché la sofferenza non è prevedibile, la luce della favola abbaglia e confonde; basta la frazione di un secondo, quella in cui gli occhi di Nadia incontrano quelli di Sajmir, e il cuore comincia a battere in modo diverso, più intenso, più forte. Forte come un giro di giostra da cui non si è più in grado di scendere, perché nel frattempo Nadia si ubriaca di quella bellezza selvaggia e invincibile, viene stordita dalla forza del sentimento che prova per lui, s’inebria della favola raccontata da Sajmir, piena di parole tanto roboanti quanto vuote, ma di questo si accorgerà quando sarà troppo tardi per tornare indietro. “Sei brutta e non vali niente!” è il mantra che fino a quel momento aveva nutrito l’insicurezza di Nadia dai tempi della scuola. Quella stessa insicurezza che la veicolerà verso un mondo che si colora prima del rosso di una travolgente passione poi del nero di un umore disturbato e irascibile.

Nadia, ti sei innamorata di Sajmir al primo sguardo e, quando lui ti ha chiesto di sposarlo, hai risposto «Sì», allontanando ogni tipo di esitazione. Nel corso della vostra storia hai messo da parte numerosi segnali, ignorandoli: qual è stata la prima allerta, quella più forte, quella che hai evitato di vedere e che invece ti avrebbe potuto salvare?

In realtà il mio è stato un «No», quasi categorico, tramutato in un «Sì» in seguito ad abili manipolazioni e pressioni psicologiche da cui non sono riuscita a sottrarmi. Poi, al mio ennesimo rifiuto, Sajmir ha esordito con un furbo: «Allora vuol dire che non mi ami abbastanza!», seguito da un calcolato allontanamento che mi ha agganciato a lui inesorabilmente. Il ricatto piscologico è un segnale fortissimo. Non andrebbe mai assecondato, ma è complicato gestirlo e riconoscerlo perché va a colpire l’insicurezza nello stesso momento in cui si manifesta.

Per lui hai nutrito un sentimento così grande, in grado di annullare distanze etniche, culturali e giudizi altrui. Hai parlato di un magnetismo a cui non sapevi dare una spiegazione e che ti teneva incollata a lui: oggi, a distanza di tempo, sapresti dargli un nome?

Dopo anni, vedo tutto come l’inganno di un bravo illusionista. E di quel sentimento, che percepivo come autentico e insuperabile, oggi non resta più nulla e non riesco a definirlo. Forse era un attaccamento, figlio di un antico vuoto affettivo.

Mi ha colpito una frase intrisa di magia: parli di una profezia, quella dei fuochi d’artificio sporchi, potresti raccontarcela? La frase si riferisce al momento in cui mi ritrovo a brindare, in maniera finta e forzata, in una delle tante feste in cui mascheravo il dolore per evitare di riceverne altro. Sajmir era tossico per me e sporcava ogni immagine a colori che si affacciava ai miei occhi e alla mia vita, fuochi d’artificio compresi.

La ruga sulla tua fronte, il ricordo di un orrore, oggi trova conforto nella luce di un bindi, che brilla dove prima c’erano le tenebre della violenza. Lo hai indicato come simbolo di rinascita. Quando si ricomincia a vivere? Uno dei primi step della mia rinascita è stato la danza orientale, la quale mi ha aiutato a far pace con il mio corpo offeso; per questo il bindi, per un periodo, ha sostituito il dolore accigliato dello sguardo con il sorriso della sua luce. Si ricomincia a vivere quando si comprende il proprio personale valore: non bisognerebbe mai né sottomettersi né stare all’ombra degli altri.

Nel corso del testo hai indicato gli strumenti che hai utilizzato per elaborare il dolore lasciato dalla violenza subita: qual è il primo passo che hai fatto verso la tua rinascita?

Il mio primo passo è stato quello dell’introspezione. È stato indispensabile prima capirmi e, il viaggio interiore, è stato realizzato anche attraverso la scrittura dei miei libri. (Ti amo anima mia). Così ho scoperto il potere salvifico della scrittura autobiografica, che non è uno strumento semplice come può sembrare a primo impatto. Ci vuole molto coraggio, per esporsi e mettere a nudo se stessi, per affrontare le verità più scomode, quelle che ci abitano dentro. Ma lo rifarei altre cento volte perché niente è stato più catartico, per me, per ricominciare.

Con il tuo nuovo romanzo, Stavolta scelgo me, ci accompagni nell’intimo del tuo animo, alla ricerca delle cause della tua fragile vulnerabilità: chi era Nadia quando ha incontrato Sajmir? Era una sognatrice che si sentiva invincibile, selvatica, che amava la libertà in ogni sua forma ma che aveva anche tanta voglia di amare e di essere amata. Era una ragazza che, poi, è stata messa in pericolo dalle sue stesse insicurezze.

Chi è Nadia oggi? Una donna più forte che sta tornando alle origini, che ha preso consapevolezza di sé, ma che non finirà mai di esplorarsi. Che ama ancora l’amore e la libertà, ma che non vuole più scendere a compromessi.

Grazie Nadia per averci donato la tua storia e i tuoi apprendimenti. Che il sole brilli sempre sulla tua vita e sul tuo cuore.

È nostro dovere credere in noi stessi, fermamente convinti che dentro abbiamo tutte le risorse necessarie per rialzarci da ogni caduta, senza essere sopraffatti dalla vergogna di mostrare le nostre cicatrici, anzi, andando fieri di quei segni, stendardi del nostro coraggio. È vero, non ci è data la possibilità di cambiare l’inizio della nostra storia, ma, in ogni momento, è nostra facoltà decidere di riscriverne il finale.

Intervista a cura di Simona Colaiuda

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